Più tasse (per pochi)

Perché serve una tassazione per i super ricchi che sia immediata, sostanziale e permanente.


Di Giuseppe Civati


È incredibile che con tutto quello che è accaduto, sta accadendo e - peggio - accadrà con la crisi economica, nessuno o quasi dica la cosa più ovvia: che chi sta molto bene, i multimilionari, le grandi concentrazioni di potere economico e commerciale debbano fare la propria parte per salvare l’umanità. E non con la carità, con le tasse, che sole possono redistribuire ricchezza e opportunità e ristabilire il patto sociale già compromesso “prima” del virus.

Ha fatto perciò scalpore l’appello di «83 super ricchi che chiedono tasse più alte sui redditi per pagare la ripresa dal Covid-19», scrive il Guardian. Una tassazione «immediata, sostanziale e permanente sulle persone come noi», dicono i facoltosi (noto en passant che la maggior parte sono statunitensi, poi ci sono inglesi, russi, olandesi, spagnoli, canadesi, arabi, francesi, tedeschi, danesi, belgi, messicani, svedesi, greci, e altri. Italiani neanche uno.). Ecco la lettera-appello.


«Noi sottoscritti milionari, chiediamo ai nostri governi di alzare le tasse alle persone come noi».


“Mentre il Covid-19 colpisce il mondo, i milionari come noi hanno un ruolo fondamentale da giocare nel prendersi cura del nostro pianeta. No, non siamo tra quelli che si prendono cura dei malati nei reparti di terapia intensiva. Non siamo quelli che guidano le ambulanze che portano i malati in ospedale. Non riempiamo gli scaffali dei supermercati e non consegniamo cibo porta a porta.

Ma abbiamo denaro, un sacco. Denaro di cui c’è un disperato bisogno, ora, e di cui continuerà a esserci bisogno negli anni a venire, mentre il mondo si riprende da questa crisi.

Oggi, noi sottoscritti milionari, chiediamo ai nostri governi di alzare le tasse alle persone come noi. Immediatamente. Considerevolmente. Permanentemente.

I problemi causati, e rivelati, dal Covid-19 non si possono risolvere con la carità, per quanto generosa. I governanti devono assumersi la responsabilità di raccogliere i fondi di cui abbiamo bisogno e spenderli equamente.

Possiamo garantire fondi adeguati per i nostri sistemi sanitari, per le scuole e per la sicurezza attraverso un aumento permanente della tassazione sulle persone più ricche del pianeta, persone come noi.

Abbiamo un enorme debito nei confronti delle persone che lavorano in prima linea in questa battaglia globale. I lavoratori essenziali sono vergognosamente sottopagati per il fardello che portano.

A differenza di decine di milioni di persone in tutto il mondo, noi non dobbiamo preoccuparci di perdere il lavoro, la casa, la possibilità di sostenere le nostre famiglie. Non lottiamo in prima linea per questa emergenza e abbiamo molte meno probabilità di esserne vittime.

Quindi, per piacere. Tassateci. Tassateci. Tassateci. È la scelta giusta. È l’unica scelta.

L’umanità è più importante dei nostri soldi”.


La sinistra, soprattutto quella italiana, che pure governa e occupa le caselle fondamentali dal punto di vista economico e sociale, nicchia - per usare un generoso eufemismo.

Quando si parla di patrimoniale è solo per escluderla infastiditi. Il migliore è Conte che fa una faccia sorpresa quando non inorridita ogni qual volta si affaccia l’argomento. Gli altri? Muti.

Quando si parla di tasse è tutto un tagliarle, come se poi il welfare rinascesse dalle proprie ceneri con un abracadabra. Poi tutti a lamentarsi della sanità che non è sufficiente e della scuola che non riapre. Bravi.

La progressività, limata nel corso degli ultimi cinquant’anni, è un lontano ricordo.

I più furbi ci dicono: sì, ma se aumenti la progressività, a pagare saranno sempre gli stessi. E allora contrastiamo l’evasione, altrimenti è una rinuncia all’ennesima potenza. Anzi, impotenza.

La capacità di collegare una strategia del genere con investimenti dove servono - scuola e clima, per dirne due, fondamentali - nemmeno accennata. Eppure è esattamente questo il nuovo patto per ridurre le disuguaglianze e occuparci subito di quell’altro piccolo problema, salvare il pianeta.

Peraltro, a chi pensa che si tratti di una norma vetero, si può ricordare che non c’è nulla di più liberale di mettere tutti ai blocchi di partenza in condizioni non umilianti per chi non proviene da una famiglia molto benestante. Sì, parlo della tassa di successione, che dovrebbe intervenire proprio per consentire che le ricchezze dei pochi non creino il primo scalone sociale nell’atto stesso della nascita. In un ospedale pubblico, magari.


«Da queste entrate dovrebbe derivare un gettito aggiuntivo pari allo 0,4% di PIL».


E a proposito di liberalismo, nel paese dei finti liberali che non lo erano, segnalo anche la grandiosa questione della concentrazione di potere e di interessi, che colpevolmente la sinistra ha sempre attribuito a uno solo, senza considerare tutti gli altri. Concentrazioni di potere che saranno presto sbaragliate ma non da un mercato più libero e insieme più regolamentato, sotto questo e altri profili: no, saranno sbaragliate da concentrazioni più grandi e forti, venute da fuori. Alieni che atterrano sulle economie degli Stati nazionali con le loro piattaforme-astronavi e si papperanno tutto. Chi segue le meste vicende del mercato editoriale ne ha una rappresentazione plastica.

La rendita non è una risposta, mai. Prima o poi qualcuno arriva e te la porta via. E non è la patrimoniale, no, ma il sistema stesso, quando le cose non saranno più sostenibili. E ho l’impressione che il momento sia arrivato.

Qui gli “Stati generali” non portano ad alcuna rivoluzione, e c’era da aspettarselo.

Prevale il fatalismo indistinto e inevitabilmente qualunquista ma la politica è intervento, ora, subito, con decisione. Le cose possono andare malissimo o un po’ meglio, a seconda di cosa faremo e di cosa sceglieremo di fare. E chi può ha un dovere morale.

Se la politica non agisce e non dimostra la propria importanza ora, sarà la prima e definitiva vittima di questa stagione.

Gli stessi che nel 2008-2011 parlavano di patrimoniale - avendo a disposizione patrimoni - se ne sono dimenticati. Ricordo un banchiere come Pietro Modiano, un imprenditore come Carlo De Benedetti, e convegni, e editoriali. Ora non più, nemmeno una riga.

In un bel documento curato da Davide Serafin e Marco Tiberi (Fase 3, lo trovate sul sito di Possibile e vi consiglio di leggerlo tutto), si dice:


“Bene che i miliardari diano il loro contributo in un momento di crisi. Perché non renderlo un appuntamento fisso? Magari annuale? Le loro "donazioni" potrebbero persino essere basate su una percentuale del loro reddito. Potrebbero persino essere chiamate “tasse”. […]

Per questo proponiamo [oltre a una revisione della tassa di successione e una maggiore progressività fiscale per i redditi altissimi] una tassazione patrimoniale sulla ricchezza personale, sostitutiva delle imposte oggi esistenti, con aliquota dell’1% su valori patrimoniali superiori a 1 milione di euro. Da queste entrate dovrebbe derivare un gettito aggiuntivo pari allo 0,4% di PIL”.


A ciò si aggiunge un impegno non più rinviabile perché non siano sottratte le più grandi ricchezze alla disponibilità delle nostre repubbliche. Perché Long John Silver deve rimanere solo un personaggio di fantasia, e porti franchi e paradisi fiscali fuori porta o addirittura dentro casa non devono esistere più.

Se la sinistra sta al governo senza cambiare i rapporti di forza e di potere, senza ricostruire la catena del valore, è meglio che lasci alla destra. Perché non fa nient’altro che tenerle il parcheggio. Niente più.

E se non interviene ora, nel mezzo del guaio più grosso, sarà legittimo confermare la sua inutilità, che molti elettori hanno già celebrato.

Lo stesso vale per l’Europa e forse vale per la politica in generale.

Per ora lo spettacolo è quello delle figure di Pompei, rimaste tale dopo essere state coperte dalla cenere, dai lapilli e dalla lava. Immobili, pietrificate. Ecco il significato profondo di status quo. Si salvi chi può? Chi può si è salvato già.

Il futuro? Quale futuro? Meglio negarlo. Dove eravamo rimasti? C’è un punto di domanda di troppo. «Dove eravamo rimasti». Ecco dove siamo. A Pompei, dopo l’eruzione. Ed è sempre lo stesso giorno.

Dovremmo fare tutto il contrario, muoverci ora, soprattutto chi ha gli strumenti per farlo. Per chi ne ha in abbondanza. Perché quella stessa abbondanza, se si rovescia nella mancanza per moltissimi, è parte di un problema che riguarda tutti. Soprattutto chi verrà dopo di noi. È un fatto politico e morale.


Il futuro stesso, del resto, è un dovere morale.


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