La realtà ha fatto endorsement per Sanders,

ora non resta che la politica faccia endorsement per la realtà

di Francesco Foti

Nel commentare la campagna di Bernie Sanders per queste primarie del Partito Democratico degli Stati Uniti, ho più volte ricordato che uno dei principi cardine del pensiero del senatore del Vermont è la creazione di un movimento politico di azione, mobilitazione e ideazione. Un movimento che vada oltre la singola tornata elettorale, persino quando questa riguarda il suo fondatore e leader. Il movimento che Sanders ha creato è una realtà vitale e di fondamentale importanza, indipendentemente dall’esito di queste primarie, che difficilmente sarà favorevole per Bernie. 

 

Perché questo movimento è così importante e necessario? Perché, ad esempio, è solo grazie ad esso che possiamo leggere, oggi, un editoriale come quello scritto da Keenga-Yamahtta Taylor sul New Yorker questo lunedì. 

 

Spero al New Yorker non ce ne vorranno, ma abbiamo scelto di tradurlo per voi. È importante leggerlo, per capire esattamente che tipo di sfida abbia di fronte chiunque voglia modificare lo status quo d’oltre oceano. È importante leggerlo per il quadro molto chiaro che ci fornisce su quale sia la realtà di milioni e milioni di americani, oggi. Una realtà che il coronavirus ha esacerbato, certo, ma soprattutto che ha fatto venire a galla in tutta la sua brutalità.

 

Una realtà che il trumpismo non potrà che rendere peggiore, per quei milioni di statunitensi stritolati dal capitalismo predatorio che regna incontrastato negli USA, ma una realtà che difficilmente sarà modificata nella sua sostanza dal blando centrismo di Biden, che persino di fronte alla pandemia che minaccia di mandare gambe all’aria il mondo per come lo conosciamo non è in grado di ammettere che il modello imposto agli Stati Uniti a partire dagli anni ’70 del secolo scorso è marcio e si nutre della sofferenza e delle privazioni che impone alla classe lavoratrice e alle masse di diseredati che lascia quotidianamente indietro.

 

Non sarà sufficiente rimuovere Trump dalla scena politica - ammesso che questo accada, e ad oggi sembra improbabile  - per invertire questa rotta disastrosa. Le ragioni di un pensiero politico più umano, più rispondente ai bisogni dei molti invece che ai privilegi dei pochi, non sono mai state così popolari, negli Stati Uniti. Questo è in larga parte merito di Bernie Sanders e del suo movimento. Un movimento che sta crescendo una nuova classe dirigente - non ultima la giovane favolosa Alexandria Ocasio-Cortez, cui abbiamo voluto dedicare un libro - che vogliamo credere saprà raccogliere il testimone di Sanders. La realtà ha già fatto endorsement per lui, non resta che continuare a lavorare perché la politica faccia endorsement per la realtà. 

Questa è la sfida più grande che Sanders e il suo movimento stanno portando avanti.

La realtà sostiene Bernie Sanders

di Keenga-Yamahtta Taylor

 

Continua il dibattito sul ruolo del pubblico nel rispondere alla disuguaglianza di reddito, all’insicurezza abitativa, all’accumulo di debito privato e nella sanità, con il dilagare del coronavirus a fare da tetro sfondo. 

È difficile descrivere la velocità con cui gli Stati Uniti - e in realtà il mondo - sono precipitati in una crisi esistenziale. Stiamo assistendo a una crisi della sanità pubblica la cui diminuzione e potenziale soluzione è affidata a una serie di raccomandazioni, incluso quello di sconfinamento, che distruggeranno l’economia. Al mortale diffondersi del COVID-19 si risponde con la quarantena per rendere vana la continua ricerca di corpi da infettare da parte del virus. La conseguenza di tutto ciò è che i lavoratori sono tenuti lontani dal posto di lavoro, e consumatori da quelli di consumo. Nessuna economia può funzionare in queste condizioni.

 

Lo stile di vita americano si è drammaticamente ribaltato, e  quando le cose finiscono gambe all’aria ciò che sta sul fondo viene allo scoperto. Anche nel 2005, quando l’uragano Katrina e le sue conseguenze hanno devastato Il Golfo del Messico, abbiamo potuto dare un’occhiata nell’abisso delle disuguaglianze statunitensi. Come disse allora l’attore Danny Glover, «Quando l’uragano ha colpito il Golfo del Messico e le alluvioni hanno spazzato via New Orleans, gettando la popolazione restante in un carnevale di squallore, non ha trasformato quella regione in un paese del Terzo Mondo, come hanno lasciato irrispettosamente intendere i media, ma l’ha rivelata come tale. Ha rivelato la catastrofe dentro la catastrofe; l’estrema povertà è venuta a galla come un livido sulla nostra pelle.»

 

Per anni gli Stati Uniti hanno continuato imperterriti e impuniti a erodere passo dopo passo il proprio già debole stato sociale, nascondendo o demonizzando le popolazioni che più dipendevano da esso. I poveri sono relegati al ruolo di disadattati sociali o di inetti, incapaci di godere delle ricchezze della società americana. Ci sono oltre quaranta milioni di persone povere negli Stati Uniti, ma non vengono quasi mai menzionate. Se la povertà dei neri è presa come esempio di quante detto prima, quella dei bianchi è tenuta nascosta, e quella dei latini e delle altre etnie è ignorata. Addirittura quattro americani su cinque dicono di vivere di stipendio in stipendio. Il quaranta percento degli americani dice di non essere in grado di sostenere una spesa imprevista di quattrocento dollari.

 

Questo è un virus destinato a prosperare nell’intimità della povertà americana. Da anni, ormai, persino nel mezzo della ripresa economica dalla crisi finanziaria del 2008, gli affitti in aumento e i salari stagnanti hanno forzato milioni di famiglie a ricorrere ad abitazioni improvvisate; quasi quattro milioni di famiglie vivono in case sovraffollate. Questa è la crudele ironia dell’obbligo di stare a casa nella baia di San Francisco: la regione è all’epicentro della crisi abitativa degli Stati Uniti, come mostra la sua crescente popolazione senza tetto. Come si può stare in isolamento sociale senza avere privacy spazio personale? Ci sono uffici pubblici che i poveri affollano per poter avere accesso a servizi e reddito. Ci sono pronto soccorso che fungono da erogatori di servizi di assistenza primarie - per non parlare delle prigioni di contea e dei penitenziari statali.

 

La disuguaglianza economica è esacerbata dall’ingiustizia razziale, entrambe tenute in piedi da ammortizzatori sociali logori. La popolazione nera e le minoranze etniche in genere sono particolarmente vulnerabili alle infezioni perché la povertà è fonte di condizioni predisponenti, come il diabete, l’ipertensione, le malattie respiratorie e quelle cardiovascolari, che rendono più probabile che il virus sia letale.

Sono anche più vulnerabili perché gli alti tassi di povertà e la sotto-occupazione rendono più arduo l’accesso alla cure sanitarie. A Milwaukee, la città più segregata degli Stati Uniti, dove la disoccupazione dei neri è quattro volte quella dei bianchi, la maggioranza delle persone cui è stato diagnosticato il coronavirus sono uomini neri di mezza età. E come sa chiunque abbia dovuto preoccuparsi di come pagare l’affitto, lo stress derivante dall’incertezza economica è corrosivo, arriva a minare il sistema immunitario.

 

Ma il pericolo di contrarre il coronavirus è ben lungi dall’essere un problema solo dei poveri e della classe lavoratrice. Coloro i quali, a causa della povertà e dell’insicurezza, sono più esposti alle finzioni sono anche quelli che hanno uno sproporzionato numero di contatti con la popolazione generale, lavorando nei servizi e nel commercio.

Consideriamo il ginepraio dei lavoratori dell’assistenza domiciliare. Milioni di questi lavoratori si prendono cura di una popolazione per lo più anziani e bloccata in casa per salari orari magrissimi e spesso senza assistenza sanitaria. Nel 2018 le badanti, che sono per il sessantasette percento donne, di cui il sessanta percento latinoamericane, hanno guadagnato in media undici dollari e cinquanta centesimi l’ora. Queste lavoratrici sono il collante della nostra società: devono lavorare perché essa continui a funzionare, anche se questo mette a rischio i loro clienti e la popolazione in generale. La loro insicurezza, combinata con l’incapacità di azioni concrete da parte del governo federale, renderanno la soppressione del virus quasi impossibile.

 

Fino ad ora, l’amministrazione Trump ha prevedibilmente fatto pasticci nella risposta al coronavirus. Ma la risposta del Partito Democratico è stata intralciata dalla comune ostilità allo scatenare il potere del pubblico, attraverso il vasto impiego di programmi universalistici, per rispondere all’evolvere di questa catastrofe senza precedenti. Circa metà dei lavoratori americani riceve assistenza sanitaria tramite il proprio lavoro. Con l’aumentare dei licenziamenti, milioni di lavoratori perderanno la propria assicurazione sanitaria, mentre imperversa la crisi della sanità pubblica. Nell’ultimo dibattito democratico, l’ex Vicepresidente Joe Biden ha insistito che gli Stati Uniti non hanno bisogno di un sistema sanitario universalistico perché la gravità del diffondersi del coronavirus in Italia ha mostrato che questo non funziona. Stranamente, ha insistito allo stesso tempo che tutti i test e le cure legati al virus dovrebbero essere gratuiti perché siamo in stato di crisi. Il suggerire che il la sanità dovrebbe essere gratuita solo in caso di emergenza rivela una profonda ignoranza del ruolo della medicina preventiva nel mitigare i peggiori effetti di una infezione acuta. Verso la metà di febbraio uno studio del governo cinese ha mostrato come almeno un terzo delle morti dovute a coronavirus fossero relative a persone con patologie pregresse.

 

Rifiutare la necessità di un sistema sanitaria universale mostra anche come si ignori il potere che hanno le spese mediche di cambiare il corso di una vita. Due terzi degli americani che hanno dichiarato fallimento dicono che i debiti per spese mediche o la perdita del lavoro durante una malattia hanno contribuito al tracollo delle loro finanze. Il costo dei trattamenti medici diventa una ragione per rimandare una visita dal medico. Un sondaggio del 2018 ha mostrato come il quarantaquattro percento degli americani ha rimandato una visita medica per il costo della stessa. Già ora metà degli americani sondati ha dichiarato di essere preoccupata dal costo dei test e delle cure per il COVID-19. In una situazione come quella in cui siamo, diventa facile vedere come ciò che ostacola l’accesso alle cure possa esacerbare una crisi sanitaria. Giocatori dell’NBA, celebrità e persone ricche hanno accesso al test per il coronavirus, mentre il personale sanitario in prima linea, quello infermieristico, le cliniche e gli ospedali pubblici, no. Le disuguaglianze nell’accesso alle cure sono state lasciate crescere, creando talmente tante piccole impercettibili fratture che nel bel mezzo di una crisi dilagante la struttura sta collassando, crollando sotto al proprio peso.

 

Non è mai stata più chiara la necessità di una transizione verso il Medicare For All, ma il suo raggiungimento si scontra con la pluridecennale ostilità del Partito Democratico di dare fondi allo stato sociale. Al cuore di questa resistenza c’è la perniciosa glorificazione della “responsabilità personale”, grazie alla quale il successo o il fallimento nella vita è visto come espressione della forza o della debolezza del singolo. Il Sogno Americano, ci viene detto, è ancorato alla promesso di una mobilità sociale illimitata, un destino guidato dall’autodeterminazione e dalla perseveranza. Una radicata concezione che ignora il fatto che sono stati il New Deal negli anni ’30, e il G.I Bill negli anni ’40, attraverso un combinato disposto di lavori pubblici, sovvenzioni e programmi di sostegno pubblico, a dare accesso alla classe media a milioni di americani bianchi. Negli anni ’60, a seguito di prolungate proteste della popolazione nera, Lyndon Johnson firmò la Guerra alla Povertà e altri programmi del pacchetto di riforme della cosiddetta Great Society, che erano mirati a mitigare l’impatto di decenni di discriminazione razziale nel mercato del lavoro, in quello abitativo, e nell’istruzione. Già nel 1969, con Nixon al timone, nel corso di un periodo di contrazione economica che posa fine a quella che era stata la più lunga espansione economica della storia americana, i conservatori attaccarono la nozione stessa di contratto sociale che stava alla base di quei programmi, sostenendo che questi premiassero la pigrizia e che fossero prova di un trattamento speciale riservato solo ad alcuni. Quando Nixon corse per il suo secondo mandato, nel 1972, lo fece con una campagna che rivendicava di essere basata “sull’etica del lavoro” e non “sull’etica del welfare”.

 

Era un attacco non solo stato sociale e alle case popolari, ma anche alle persone che ne usufruivano. I repubblicani intercettarono con successo il risentimento dei bianchi della classe media, che lamentavano che i “loro” soldi delle tasse andassero ad afroamericani riottosi e insubordinati. Ce l’avevano con la cosiddetta “integrazione forzata”, lo spostamento degli afroamericani nelle scuole bianche e i “burocrati”, come Nixon definiva le precedenti amministrazioni democratiche. È importante capire che questa non era demonizzazione fine a sé stessa, o un qualche tipo di antipatia irrazionale verso gli afroamericani. Il punto era tenere basse le tasse sulle imprese e ristabilire il profitto derivante dal capitale in un seguito a una nuova, lunga contrazione economica. Sarebbe stato difficile per l’industria e per i suoi rappresentanti politici consigliare ai lavoratori di fare di più per meno. Era molto più facile dare la colpa della fine dei programmi di welfare “spreconi” alle “approfittartici”, agli “scrocconi” e una trasversale, ma pur sempre nera, sottoclasse. Nel 1973  Nixon dichiarò senza troppe cerimonie che era finita la “crisi delle periferie”, il catalizzatore di larga parte delle riforme sociali di Johnson. Questo creò il pretesto per tagli lineari all’Office of Economic Opportunity, il dipartimento che gestiva la rete di misure di contrasto alla povertà creato con la War on Poverty.

 

La conseguente defezione di elettori bianchi dai democratici ai repubblicani portò presto i democratici a scimmiottare le strategie della destra, minimizzando le radici strutturali della disuguaglianza e dipingendo le comunità nere come responsabili della propria indigenza. Alla fine degli anni ’80, il Partito Democratico era campione delle politiche di Legge e Ordine, e dei duri attacchi razzisti ai “privilegi” dello stato sociale. In un editoriale del 1988 per il Post di Newark, Delaware, intitolato “Lo Stato Sociale che sta per cambiare”, l’allora senatore Biden scrisse: 

«Siamo fin troppo familiari con le storie di madri che vivono grazie agli assegni di povertà mentre guidano auto di lusso e conducono vite da celebrità. Che siano esagerate o meno, questo storie testimoniano la diffusa preoccupazione per uno Stato Sociale ormai disfunzionale - che si limita a distribuire assegni e non fa nulla per aiutare i poveri a trovare impieghi produttivi.»

 

Queste dichiarazioni erano tutt’altro che fuori dall’ordinarie; riflettevano lo sforzo diffuso per cambiare la percezione del Partito Democratico. Nei primi anni ’90, il Presidente Bill Clinton prometteva di “porre fine al welfare per come lo conosciamo”, cosa che riuscì a fare entro la fine del decennio.

 

Questo è il contesto storico che sta alle spalle dell’ipocrisia nelle priorità di bilancio del governo attuale. Le denunce bipartisan di statalismo non riguardano le cifre oscene che vengono spese per il comparto militare o per il mantenimento del sistema della giustizia penale. Gli Stati Uniti, a ogni livello istituzionale, spendono più di ottanta miliardi di dollari ogni anno per mantenere prigioni e penitenziari e per i sistemi di libertà condizionata. Il budget delle forze armate supera la cifra strabiliante di settecentotrentotto miliardi di dollari solo per quest’anno - più di quanto spendono le successive più potenti sette forze armate mondiali messe assieme.

Nel frattempo, i programmi di welfare - dai buoni pasto all’assistenza sanitaria per minori e indigenti, dall’edilizia popolare all’istruzione pubblica - sono costretti a operare con budget limitatissimi, facendo per lo più operazioni di triage più che aiutando le persone a uscire dalla povertà.

 

Quando i critici di Bernie Sanders canzonano la sua piattaforma definendola “un mucchio di roba gratis”, si affidano agli ultimi quarant’anni di consenso bipartisan rispetto ai programmi di welfare. Sostengono che la competizione organizzata tramite il mercato assicuri maggiori scelte e migliore qualità. Le surreali logiche di mercato hanno mostrato chiaramente il loro volto quando il 13 marzo Donald Trump ha tenuto una conferenza stampa per discutere della crisi del COVID-19 con i vertici di giganti della GDO come Walgreens, Target, Walmart e CVS, oltre a un nutrito gruppo di multinazionali nel settore della medicina di laboratorio, della ricerca, e delle forniture mediche. Non era presente alcun responsabile di servizi sociali o del mondo dell’istruzione per discutere gli enormi e immediati bisogni del comparto pubblico.

 

Questa crisi sta svelando la brutalità di un’economia organizzata sulla produzione e sul profitto, e non sui bisogni umani. La logica secondo cui il libero mercato si auto-regolerebbe è visibile nella priorità data all’accesso alle cure mentre in milioni si avviano verso la rovina economica. È visibile nel modo in cui gli stati sono messi in competizione tra loro per l’accesso alle misure di protezione e ai ventilatori - le forniture vanno allo stato che paga di più. È visibile nella lentezza criminale e nell’inefficienza nel testare le persone per il virus. È riscontrabile negli aiuti di stato multimiliardari alle compagnie aeree, mentre si usano metodi da due soldi per stabilire quali persone potrebbero ricevere un’assistenza pubblica ridicolmente inadeguata.

 

Le ragioni per riesumare uno stato sociale funzionante non riguardano solo la necessità immediata di rispondere ai bisogni di milioni di persone, ma anche la necessità di ristabilire delle connessioni sociali, una responsabilità collettiva, un senso di destino comune, se non di benessere comune. In maniera fredda e pedissequa, il COVID-19 sta mostrando la vastità della connessione tra le persone. La nostra collettività deve esprimersi in politiche pubbliche che riparino la traballante infrastruttura del welfare che minaccia di collassare sotto al nostro peso sociale. Una società che permette a centinaia di milioni di lavoratori dell’assistenza domiciliare di lavorare senza assicurazione sanitaria, che tiene aperti gli edifici scolastici pubblici al fine di permettere ai bambini di avere un posto dove stare e un pasto da mangiare, che permette ai milionari di accumulare sicurezza in appartamenti vuoti mentre famiglie senza dimora vagano per le strade, che permette si minaccino sfratti e pignoramenti mentre milioni di persone sono obbligate  a stare a casa per sopprimere il virus, è sconcertante nella sua incoerenza e disumanità.

 

Naomi Klein ha scritto che la classe politica ha usato le catastrofi sociali per creare politiche che hanno permesso un vero e proprio saccheggio da parte del settore privato. Lo chiama “capitalismo del disastro” o “dottrina dello shock”. Ma ha anche scritto che in ciascuno di questi momenti, c’è l’opportunità per la gente comune di trasformare la propria condizione in modi che possano beneficiare l’umanità. La gerarchia di classe della nostra società incoraggerà il diffondersi di questo virus a meno che non siano messe immediatamente sul tavolo soluzioni drastiche e prima impensabili. Come ha consigliato Sanders, dobbiamo pensare a strade mai battute. Questo include un sistema sanitario universale, una moratoria indefinita su sfrati e pignoramenti, la cancellazione dei debiti di studio, un reddito minimo garantito, e l’inversione di tutti i tagli ai buoni pasto. Sono misure basilari che possono contrastare l’immediata crisi dovuta ai milioni di licenziamenti e ai molti milioni che seguiranno.

 

La campagna di Sanders è un punto di ingresso in questa discussione. Ha mostrato il desiderio da parte del pubblico per nuovi programmi e investimenti pubblici. Questo desiderio non si è trasformato in voti solo per il timore che questo facesse rischiare altri quattro anni di Trump. Ma la crescente crisi del COVID-19 sta cambiando i calcoli. Mentre le autorità annunciano quotidianamente nuovi pacchetti di interventi da triliardi di dollari, non si potrà più tornare alle discussioni banali sul “Come farete a pagare per queste misure?” 

Come potremmo fare a meno di pagarle?

Ora è il momento di costruire da capo la nostra società.

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