A proposito di bolle

Cosa avete deciso? A questo punto dovreste aver avuto abbastanza tempo per riflettere, e scegliere se quindi alla fin fine preferite la pace o il condizionatore acceso. In realtà Draghi aveva parlato anche di riscaldamento. Ma sarà la coincidenza temporale, per via del fatto che siamo ad aprile e andiamo verso la stagione calda, lasciandoci alle spalle quella fredda, si è notato meno. Ma certo è che se la stessa domanda l’avesse fatta a settembre, quando the winter is coming, avrebbe fatto un altro effetto: il caldo si può sopportare, col freddo è più difficile.


Non faremo qui l’analisi dell’efficacia comunicativa di questa uscita, siamo nell’epoca in cui tutti siamo social media manager, se non di qualcosa, almeno di noi stessi, e quindi ognuno può farsi l’idea che preferisce. Ci interessa invece il senso politico di tutto questo: siamo nella situazione data per via delle scelte fatte, un governo dopo l’altro, legislatura dopo legislatura, con incredibile miopia. Ancora oggi, di fronte all’emergenza e a un’incredibile evidenza, non si fa in tempo a scrivere un commento sulla necessità di investire nelle rinnovabili che immediatamente – forse hanno un’app che li avvisa, altrimenti non si spiega – compare qualcuno a dirci che comunque non basterebbero, cosa che fornisce loro l’occasione di parlarci del nucleare, di gas liquefatto che deve fare il giro di mezzo mondo per arrivare qui, di nuovi accordi con nuovi Paesi che hanno gli stessi problemi, se non peggiori, della Russia – e quindi la stessa affidabilità, chiamiamola così – e persino del carbone. Ma se nei due-tre-quattro decenni che abbiamo perso – tanto è il tempo trascorso – fossimo arrivati a una potenza installata in grado di soddisfare autonomamente, come indicano quasi tutti gli studi in merito, il 70 per cento della domanda energetica interna, oggi non avremmo forse il 70 per cento in meno di energia di cui preoccuparci? Non è una domanda difficile, eppure non si riesce ad avere una risposta.


Peggio, non si riesce neppure a parlarne, il che ci riporta all’annoso problema della qualità della conversazione pubblica. Se siete lettori di Ossigeno, è probabile che questi argomenti vi interessino, e che quindi siano ricorrenti nella bolla social che frequentate. E che vi capiti di provare lo stesso scorno di fronte alle argomentazioni ricorrenti di cui si parlava poco sopra. Invece, da un mese si parla ossessivamente non – si badi bene – della guerra -, cosa che sarebbe pure sacrosanta, ma delle posizioni dell’ospite fisso di un paio di talk show. Se ci dovessimo basare sulla bolla, dovremmo dedurne che non si parla d’altro. Ma se invece andiamo a guardare le nude cifre, scopriamo che mediamente Cartabianca (quando ha “quell’ospite”, in particolare) registra secondo l’Auditel un milione e duecentomila spettatori circa, mentre Piazzapulita ne fa poco più di 830mila. Prendendo il rilevamento per buono, che è tutto dire, significa che uscendo per strada al mattino, e considerando che in Italia vivono poco meno di 60 milioni di persone, dovreste incontrarne 50 prima di trovarne una che ha visto la trasmissione di Bianca Berlinguer, e 72 per incontrarne una che ha visto quella di Corrado Formigli. A meno che non facciate gli stewart allo stadio, non sono poche. Ciò nonostante, sui social non si parla d’altro, e siccome il sistema mediatico funziona come l’uroboro, il serpente che si mangia la coda, così fanno i giornali che poi a loro volta vengono ripresi nella puntata successiva dei talk, poi di nuovo sui social, e avanti così.


Quindi il problema della fatidica domanda di Draghi è che, tornando a bomba, a un certo punto in una democrazia funzionante dovremmo essere in grado di fermarci e di chiedere conto delle politiche scellerate portate avanti nel tempo, e di cambiarle se ci va, o perlomeno di fronte a un’evidenza che in questo caso c’è tutta. Invece, l’emergenza diventa la formidabile occasione per sostenere che siccome c’è la crisi non solo non ci è concesso chiedere un cambiamento, ma non possiamo far altro che proseguirle, scemi noi che ci eravamo fatti delle illusioni. In peggio, e non si parli di rinnovabili, non si parli di null’altro se non delle sciocchezze dettate dal sistema informativo, perché, se siamo già arrivati al carbone, è un attimo far partire la corsa alle stufe a legna (nel caso, procuratevi un’ascia e un abbigliamento adatto alle escursioni nei boschi).

Alla fine, veniamo posti di fronte a scelta obbligata: pace o condizionatore? È un po’ poco.