Bœllœ
Non per altro, ma ci abbiamo dedicato l’ultimo numero di Ossigeno (a proposito, nel frattempo è arrivato in libreria, e se non lo trovate, chiedetelo, o andate sul nostro sito): una delle piccole polemiche social della settimana ha riguardato il corsïvîœ. Se non sapete come si pronuncia, in rete si trovano dei tutorial, che sono appunto il tema di oggi, e se non sapete cos’è e – come è probabile – avete più di 14 anni, beh, è giusto così.
Il corsïvîœ, ovvero il “corsivo”, è un modo di parlare inventato dai ragazzini, un po’ per gioco un po’ per scena (che non è esattamente nuovo, semplicemente c’è chi l’ha scoperto ora). Di natali incerti, essenzialmente consiste nello storpiare le vocali delle parole, allungandole con una serie di dittonghi e dieresi, forse partito come presa in giro di una certa cadenza milanese-ish (nel caso, meritoria). Usando un tono un po’ svenevole, ma spiegarlo per scritto non rende l’idea, amiœ (cfr.: “amore”). Siccome siamo nel 2022, è una cosa che si diffonde sui social, non su tutti, ma su quelli che i ragazzini stessi usano, in particolare su TikTok. Poi il fenomeno ha fatto il salto di specie, ovvero è stato ripreso su Twitter, che è un social più per adulti, teoricamente più fighetti, per via del fatto che nel mondo conta solo poco più di duecento milioni di utenti che tzé, sono un’inezia rispetto ai concorrenti. Anzi, un’ineziaœ, ma tanto basta per far subito élite intellettuale. Che effettivamente possa vantare una più alta qualità dei contenuti, però, è tutto da dimostrare.
Nel salto da un social all’altro, il video di una giovane tiktoker che usa il mezzo per dar lezioni di corsïvîœ è stato commentato nel più puro spirito “signora mia dove andremo a finire”: alcuni pesanti, alcuni solo patetici, qualcuno per fortuna in grado di ricordare che tutte le generazioni compresa la propria sono giocosamente stupidine, anche se ognuna a modo suo. È facile dire “ai nostri tempi era diverso”, ma invece no, non lo era poi così tanto. Anzi: infavefecefi nofo (cit.). Qualcuno la butta nientemeno che sulle carenze del sistema educativo, sulla sua degenerazione, dimenticando che le politiche di abbandono della scuola che hanno attraversato gli ultimi decenni le hanno votate loro, quelli che si scandalizzano e hanno l’età per aver votato, non certo i quindicenni. Pensassero a scegliere qualcuno di più capace, alle prossime politiche.
D’accordo, non è detto che le nuove generazioni sapranno fare di meglio, ma intanto una cosa già è certa, ovvero che il circa-quarantenne medio di Twitter quell’occasione l’ha sprecata: doveva cambiare tutto – vi ricordate? Se ne parlava molto, qualche anno fa – e invece non ha cambiato nulla, qualche volta ha pure fatto di peggio. E, limitatamente alla “nuova” classe dirigente che ha espresso, è già arroccata al potere sperando di restarvi aggrappata fino al giorno della pensione: e pazienza se per tutti gli altri quel giorno non arriverà affatto. Ecco, di questo tratta l’ultimo numero di Ossigeno. Ci sembrava un tema importante, ma soprattutto ci sembrava importante che a parlarne fossero il più possibile i protagonisti: loro (“Tocca a loro”, appunto), e non un branco di adulti repressi, che si sforzano disperatamente di continuare a essere fighi – se mai lo sono stati – come quando avevano 18 anni, senza accorgersi che si sono trasformati nei loro genitori, peggio, nel trombone insegnante di mate che avevano al liceo. Con tutto il corollario di vestiario gualcito, addominali rilassati e capelli diradati. Alla faccia del cringe (appunto)
Poi ci starebbe bene anche una riflessione sul vizio di prendere tutto tremendamente sul serio. Di non capire più l’importanza del contesto, una vera tragedia di questo tempo. Di non capire e basta, banalmente perché non tutto è fatto per la nostra comprensione: facciamocene una ragione. O ancora, di scandalizzarsi per le challenge come per la guerra, anzi, a volte di più. Senza capire che, per come funzionano questi meccanismi, certe polemiche andrebbero semplicemente ignorate, perché è parlandone ossessivamente e ritenendo che la propria opinione sia indispensabile – quasi mai lo è, quindi nel dubbio meglio tacere – che diventano incontrollabili. È brutto invecchiare, ma è un fatto della vita. Se si ha un po’ di fortuna, può anche portare qualche beneficio: un gusto capace di apprezzare i formaggi francesi, qualche risparmio per farsi un impianto stereo come dio comanda, cose così. E, se si è fortunati, abbastanza memoria da ricordarsi non solo che tutti siamo stati un po’ sciocchi, ma anche che avevamo sogni, e valori. Volevamo cambiare il mondo, e renderlo un posto migliore. Non esserci riusciti, e come se non bastasse esser pure diventati moralisti e bacchettoni, è una ben triste fine.

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