Sul cappello che noi portiamo

Aggiornamento: 21 mag

La faccenda delle molestie di cui molte donne sono state vittime al raduno nazionale degli alpini, e che tanto ha fatto discutere in questi giorni, è l’occasione per fare qualche riflessione proprio sulla questione generazionale, a cui abbiamo dedicato l’ultimo numero di Ossigeno.


Anche se abbiamo l’impressione di vivere in un eterno presente, in cui le cose sono sempre state come le conosciamo oggi, l’attenzione verso alcune questioni che riguardano principalmente il rispetto della sensibilità altrui, in particolare di chi non è maschio, eterosessuale e bianco, è relativamente recente. Non è questa la sede per entrare nel dibattito su quella che in America viene definita cultura woke: un paio di settimane fa, commentando i pessimi risultati di Netflix, Elon Musk ha detto che la colpa è delle sue serie “troppo woke”, per dire della strumentalità un po’ stupida della discussione, che pure non è priva di esagerazioni.


Invece, può essere utile ragionare sul fatto che chi oggi ha più o meno dai 40 anni in su è cresciuto ed è stato educato in una società non particolarmente attenta. Non vale per tutti, certo, ma un certo maschilismo, l’omofobia, il razzismo più o meno strisciante – al netto di movimenti anche molto grandi che hanno attraversato la storia degli scorsi decenni – hanno a lungo prodotto comportamenti che, nella loro manifestazione più terra-terra portano ancora oggi molte persone a ritenere che una pacca sul sedere di una sconosciuta sia un complimento, o al massimo una goliardata. Una cosa divertente da fare, insomma, senza preoccuparsi più di tanto se si diverte solo chi la fa, e molto meno chi la riceve, come se fossimo tutti dentro una puntata di Mad Men.


Il fatto che se oggi un ragazzino o una ragazzina vengono presi in giro o bullizzati a scuola perché “diversi” – secondo qualche canone prestabilito non si sa bene da chi – l’episodio non venga più archiviato tra le “cose che succedono”, il fatto che vi siano canali (soprattutto i social) in cui se ne può parlare e che infine qualcuno intervenga, è a tutti gli effetti un cambiamento sociale, con cui molti devono ancora imparare a fare i conti. Non significa che non esistano più le spinte che vanno in direzione opposta, il sessismo rimane un elemento caratterizzante della società, dei posti di lavoro, delle dinamiche relazionali, e lo stesso vale per il razzismo e per ogni forma di discriminazione. Nemmeno si tratta di episodi che “vengono fuori solo adesso”: le testimonianze che emergono in questi giorni, limitatamente al caso dell’adunata degli alpini, dimostrano che il problema esiste da decenni, e lo stesso vale per la scuola, il posto di lavoro, la famiglia, e ogni altro ambito. Solo che, mentre prima una tacita e collettiva alzata di spalle era una regola, oggi lo è un po’ meno, finalmente. Se poi si volesse anche parlare di soluzioni, a livello politico, potrebbe essere una sfida ancora più interessante. Perché il raduno degli alpini è anche metafora di quello che succede nella società, dove sono ancora gli uomini a "comandare". E su questo, andare in profondità sarebbe ancora più importante. Rapporti di forza, rapporti di potere. Tutte cose di cui si dovrebbe occupare la politica, se ce ne fosse.


Tornando alla dimensione individuale, come con tutti i cambiamenti che incorrono nella vita di qualcuno quando non è più nella sua fase formativa, ma quando è già grandicello, adeguarsi può risultare difficile: si tratta di superare una sorta di imprinting che è stato in qualche modo impiantato da giovani, a volte dai genitori, a volte dalle compagnie che si sono frequentate, più in generale dal milieu dominante nei decenni in cui si è diventati adulti. Ma questa è la notizia: ce la si può fare, davvero. Con un minimo di sforzo. Anche chi è permeato da una “cultura da caserma” – e non per forza il riferimento è all’adunata degli alpini, che spesso l’ultima volta che ne hanno davvero vista una, di caserma, è stato moltissimo tempo fa – tutti possono imparare cose nuove, modificare i propri comportamenti, anche sul letto di morte, anche a cent’anni suonati. Non si è destinati a fischiare alle ragazze per tutta la propria vita solo perché quando si era di leva durante i propri 18 anni “lo facevano tutti” (peraltro è anche questione di rispetto per sé stessi, perché un over “anta” che fischia una diciottenne non è solo molesto, è pure patetico). Certo, serve un po’ di empatia: bisogna fare lo sforzo – di nuovo, ma anche questo non è così grande – di mettersi nei panni altrui, e di capire che come a noi non piace sentirci a disagio, beh, non piace nemmeno alle altre persone. Non è difficile.

Ed è anche positivo, sapere di potersi migliorare anche dopo una certa età. Come con le spille che gli alpini si appuntano sul cappello, per indicare il battaglione o l’addestramento che si è ricevuto ai tempi della naja: volendo, col tempo, si può trovare spazio per aggiungerne di nuove.


Paolo Cosseddu


Bolle di Ossigeno è la newsletter della nostra rivista e un omaggio riservato alla comunità di People. Come sempre, fateci sapere cosa ne pensate scrivendo a ossigeno@peoplepub.it.


Ps: per chi è a Roma o dintorni, vi ricordiamo che oggi e domani Ossigeno è ospite di “A ripetizione”, la scuola di politica organizzata da Possibile negli spazi di Largo Venue, in via Biordo Michelotti 2, mentre a partire da venerdì prossimo ci trovate allo stand di People al Salone del Libro di Torino.