TA-TATTARATTA

La cosa forse più divertente capitata nella politica recente la dobbiamo a Hugh Grant, proprio lui. In questi giorni in cui l’inquilino di Downing Street più assurdo di sempre si prepara a sloggiare, l’attore ha fatto un tweet in cui ha chiesto ai manifestanti in picchetto davanti a Westminster di usare gli altoparlanti non solo per gli slogan e le proteste, ma per suonare la sigla del Benny Hill Show quando i leader del partito conservatore vengono intervistati in diretta. Girano quindi questi fantastici spezzoni di serissime riflessioni sulla crisi istituzionale in corso in Gran Bretagna, mentre in sottofondo si sente PAAA-RAPPA-PARAPAPARAPPA-PARAPAPARAPPA-PAPARAPPA. Non è sublime? C’è un motivo se esiste una cosa chiamata humor inglese, dopotutto.


Certo, gli inglesi sono un popolo incredibilmente conservatore, rimpiangono i bei tempi andati dell’Impero e si tengono l’ultima regina rimasta fatta eccezione per quella delle carte da gioco. Osservando la linea di successione al Governo balza agli occhi l’eccezionalità dei casi in cui è toccato ai laburisti, compreso Tony Blair che la storia certo non ha giudicato come eccessivamente progressista. Vengono da tre primi ministri conservatori di fila, cui ne seguirà un quarto (manca solo il funerale, e a quel punto davvero possono chiamare Hugh Grant per il lieto fine), ma in effetti a pensarci non è che l’Italia abbia fatto di meglio, nella sua storia repubblicana, per quanto più recente. Ma comunque forse potremmo rubarglielo, un po’ di quello spirito, ovviamente adattandolo al contesto.


Basti pensare alla frenetica settimana passata dal nostro esecutivo: che poi, in realtà, quale settimana non è frenetica per i nostri Governi? A volte nemmeno la prima, quella che di solito si concederebbe come luna di miele se non fosse che bisogna mettersi d’accordo su ministri e sottosegretari. Figuriamoci le successive. Qui da noi, sfiorare la crisi è una condizione costante, peraltro l’unica, è uno sfioramento non occasionale ma continuo, una mano morta che consuma la vernice come capita a quei monumenti che vengono toccati dai turisti nella convinzione di ricevere in cambio buona fortuna. Tocca oggi e tocca domani il punto diventa lucidissimo che ci si può specchiare, e infatti ci riflette. Restituendo un’immagine onanistica, nel senso dello sfioramento evocato dal poeta di Zocca in Albachiara.


E quindi, che colonna sonora inserire sotto gli sfioramenti intercorsi in questi giorni tra Draghi e Conte e tra Draghi e Salvini? Per non esser tacciati di esterofilia, non Yakkety Sax, che è appunto il titolo del brano di James “Spider” Rich e Boots Randolph che faceva da colonna sonora alle molestie sessuali messe in scena in forma di gag da Benny Hill, no, servirebbe qualcosa di più tipico. Il pensiero corre alla suite de I Clown, composta da Nino Rota per l’omonimo film di Fellini, ma è un po’ troppo didascalica. Ci sarebbe Frolic, tema di Luciano Michelini che in origine faceva parte della colonna sonora di La bellissima estate, film del 1974 che però in patria è poco ricordato e come le fettuccine Alfredo ha trovato fortuna in America, dove Larry David l’ha reso universalmente noto come sigla della sua serie Curb Your Enthusiasm. Allora O rugido do leao, motivetto che al contrario, a dispetto del titolo esotico era stato scritto da Piero Piccioni per la colonna sonora di Finché c’è guerra c’è speranza (sic!), ma è poi passato alla storia come sigla di Storia di un italiano, il programma Rai trasmesso dal 1979 al 1986 che era una sorta di zibaldone di spezzoni dei film Alberto Sordi. Proviamo a immaginare: ecco Conte che stringe la mano a Draghi prima di un colloquio teso ma franco e… TA-TATTARATTA. Perfetta.


«Ve lo meritate Alberto Sordi!», tuonava Nanni Moretti in Ecce Bombo, e per quanto Nanni stesso si sia inevitabilmente pure lui albertosordizzato con gli anni, beh, non aveva torto. Qui infatti – almeno per ora, domani chissà – la crisi si palesa ma non si realizza, non sembra essere all’orizzonte il quarto premier – dei quali uno doppio, come noto – tutti con maggioranze diverse ma, qui sta il bello, comunque tutti piuttosto conservatori, a prescindere dalle etichette. L’idea che circola tra alcuni è che da qui alla fine della legislatura, anzi un po’ prima per poter poi dare il via alla campagna elettorale, serva uno strappo, una drammatica uscita dalla maggioranza su temi ovviamente imprescindibili – tipo l’esame di sagre popolari per la concessione della cittadinanza ai nuovi italiani – per poi potersi presentare davanti agli elettori e dire “ecco, vedete? Noi non c’entriamo con chi vi ha governato e di cui tanto vi lamentate”. Tra quegli altri, invece, c’è la convinzione che al governo ci si debba stare per poi presentarsi anche loro di fronte agli italiani di cui sopra, peraltro gli stessi, potendo affermare che si è stati seri e responsabili per il bene del Paese. È ironico, in un certo senso questo sì piuttosto british, visto che a ben vedere nessuna delle due affermazioni è vera, e nessuna delle due parti può affermare sinceramente di aver ottenuto chissà che di memorabile (indicativo che mentre non si fa nulla quando si sta effettivamente al governo, si sbandierino istanze fondamentali solo quando si è usciti), ma soprattutto: davvero pensano che funzionerà, che ce la berremo? Davvero ci fanno così scemi, davvero siamo così stupidi? TA-TATTARATTA!