Né Crisotemi, né Elettre. È il potere che va cambiato
di Ilaria Bonaccorsi
E mentre questo nuovo numero di Ossigeno si affaccia sul mercato e vi chiede di riflettere su un grande tema, quello di una servitù ormai “volontaria” che affligge il nostro pensiero e che diventa prassi servile o asservita ai potenti di turno, mi capita di leggere di loro. E me le vado a cercare. «L’albo di supereroi che stai leggendo in spiaggia potremmo averlo scritto, disegnato, colorato o letterato noi. Il fumetto educativo ma divertente per tuo figlio, le tue graphic novel, la striscia online che ti ha fatto ridere un minuto fa. Oppure potrebbe averlo scritto,
disegnato, colorato o letterato uno di loro. Forse non lo immagini, ma anche nel mondo del fumetto italiano succedono cose sgradevoli».
Scrivono così per presentarsi su moleste.org. Il “magico mondo” del fumetto si è popolato di un collettivo femminista che si fa chiamare Moleste, a lasciar intendere che non si tratta solo di “molestate”, ma di moleste creative: «Vogliamo essere giudicate come artiste, non come donne. Non siamo obbligate ad accettare un invito a cena per parlare del nostro lavoro. Non siamo tenute ad andare a casa di nessuno per mostrare il nostro portfolio». Insomma, loro ai potenti non vogliono cedere. Fumettiste, sceneggiatrici, disegnatrici, coloriste, letteriste, soggettiste, giornaliste, traduttrici, ghost writer si sono unite e denunciano comportamenti abusanti, discriminazioni sul lavoro, non di rado veri e propri abusi, perché «in un settore senza albo professionale, in cui il lavoro raramente gode di garanzie sindacali, il terreno degli abusi è particolarmente fertile». Per niente Crisotemi ho pensato leggendo di loro, raccogliendo la provocazione dell’editore, semmai Elettre pronte a non cedere ai “loro” potenti: grandi editori, grandi distribuzioni, grandi autori, grandi scuole, grandi direttori. Ma la sorpresa, al solito, è stata un’altra, perché loro non vogliono essere né Elettre né Crisotemi.
Nella tragedia di Sofocle, Crisotemi pensa che la sorella Elettra, per salvarsi, debba «diventare ragionevole» ed imparare «a cedere ai potenti». Uso questo verso, dopo aver letto di voi su moleste.org, per farvi la prima domanda: servitù volontaria, compromessi al ribasso, ogni forma di soggezione a chi può per ricavarne status, fortuna o anche soltanto briciole… voi combattete contro tutto questo?
La storia di Crisotemi è una lunga storia di violenza e va detto che in tutta quella sanguinosa vicenda, l’unica che non ammazza nessuno è proprio Crisotemi. E forse è curioso che l’unica a portare il marchio d’infamia e di viltà sia lei. La mitologia non è mai pacifista! Dal mito alla metafora, la figura di Crisotemi diventa, forse anche un po’ ingiustamente, simbolo di debolezza. In quest’ottica, Crisotemi non è donna, diventa un modello umano o, per essere più precise, un modello di comportamento. Quando qualcuno cede al potere diventa Crisotemi, sia che lo faccia per sopravvivere che per vivere senza conflitti o perché non crede nell’utilità di combattere. Non solo, Crisotemi diventa poi il paradigma della complicità con il carnefice perché, secondo un’ottica eroica applicata a proposito e a sproposito, non combattere il sopruso significa diventarne parte. Forse bisogna riscoprire il mito per inquadrare con maggiore complessità la figura di Crisotemi.
Cosa ci fa pensare che per vivere occorra imparare a «cedere ai potenti»?
Molte Crisotemi crescono perché gli viene insegnato a cedere al potere come strategia mimetica. A quante bambine viene consigliato di dire “sì” per poi lavorare in modo sotterraneo e ottenere ciò che desiderano davvero? O a compiacere i propri padri per ottenere in cambio, in segno di favore, ciò che spetterebbe loro di diritto? Quante donne adulte si comportano come bambine con il capo per avere un orario migliore o mansioni più leggere? Siamo una specie nata per l’autoconservazione. Di fronte alle avversità raramente il nostro primo impulso è di attaccare frontalmente. Molto spesso valutiamo la forza del nostro avversario e scegliamo una strategia che contempli la nostra sopravvivenza. Questo è ancora più vero se ci troviamo in un ambiente abusante: più è forte il pericolo, più sono alti i compromessi cui siamo disposte per non subire danni, o per minimizzare quelli che potremmo subire. Se parliamo di processi intrapsichici, il buon vecchio (misogino) Freud non elencò l’identificazione con l’aggressore tra le possibili forme di identificazione. Furono prima “l’eretico” Sándor Ferenczi e poi la figlia Anna Freud a concettualizzare l’esistenza di questo meccanismo inconscio di difesa. Un meccanismo per cui il bambino, e poi l’adulto, introiettano le ragioni del carnefice fino ad aderirvi.
Possiamo utilizzarlo per spiegare tutte le possibili Crisotemi che popolano il mondo? Molto probabilmente solo alcune. Altre cedono in modo del tutto consapevole perché non vedono possibilità di salvezza diversa, per rassegnazione o sempre per un calcolo che mira alla riduzione del danno.
Tutto questo produce tante Crisotemi?
Guardando alle origini dei movimenti femminili, ci imbattiamo in una prima pubblicazione di Mary Wollstonecraft, i Thoughts on the education of daughters, in cui le madri vengono sì incoraggiate dall’autrice ad insegnare alle figlie il ragionamento critico ma anche ad adattarsi ai casi della vita, a essere disciplinate, oneste, pronte al sacrificio e a coltivare i loro “buoni sentimenti innati”. Posizioni ben diverse dalla Wollstonecraft di qualche anno dopo, quando confuterà i privilegi maschili in A Vindication of the Rights of Woman. E ancora oggi quella è la direzione: indirizzare le donne a non pretendere, a chiedere con appropriatezza e cortesia. Per questo molte di noi hanno dovuto compiere un percorso personale per capire che certi atteggiamenti, in passato dati per scontati, fossero in realtà frutto di un condizionamento agito in modo inconsapevole. Crediamo che questo sia uno dei motivi per cui le posizioni nette del femminismo militante talvolta si scontrano con una resistenza femminile radicata quanto quella maschile. Il lavoro per un cambio di prospettiva è lento, è con l’educazione e la comunicazione che arriveremo a un cambiamento.
Come ci si libera da questi condizionamenti secolari?
Se Crisotemi rappresenta il debole che cede al potere, crediamo che l’unica soluzione sia cambiare la natura del potere. Non è concepibile o persino desiderabile un mondo di forti, sempre pronti a combattere. Una persona può trovarsi per mille motivi a cedere a dei soprusi e scaricare sulla parte debole l’intera responsabilità del processo non aiuta a sviluppare una società giusta e inclusiva. Se da un lato è utile insegnare alle Crisotemi in fieri a “riconoscere” i meccanismi che le porteranno a farsi complici degli abusi, è forse ancora più utile insegnare al potere le proprie responsabilità, anche di autolimitarsi.
Però non volete neanche un mondo di Elettre?
C’è da chiedersi se davvero abbiamo bisogno di imparare di nuovo a essere Elettra. Se da un lato Elettra simboleggia chi non subisce lo status quo e si ribella, dall’altro rappresenta anche la vendetta, opposta alla comprensione e alla riconciliazione. In un mondo polarizzato come il nostro, accedere alla complessità
delle cose è, forse, una soluzione preferibile. Quando siamo nate, come collettivo, abbiamo deciso di non farci vettori del desiderio di vendetta – comprensibile – di chi ha subito un torto. Per questo le testimonianze che compaiono sul nostro sito moleste.org sono anonime e non possono essere usate per identificare i colpevoli. Descrivono un atteggiamento, un humus culturale e hanno lo scopo di “aiutare” il nostro ambiente (il mondo del fumetto) a riflettere su certe storture. In fondo, identificare in modo univoco un colpevole assolve le pletore di Crisotemi che hanno assistito, hanno visto, hanno sottovalutato e condonato. Non vogliamo che muoia Sansone con tutti i filistei: Sansone – che “uccise più persone con la sua morte che in tutta la sua vita” – fa
tabula rasa senza salvare nulla. Mentre nel nostro ambiente c’è moltissimo da salvare, probabilmente la maggior parte delle cose, ed è un ambiente che amiamo e in cui vogliamo vivere ma vogliamo vivere bene. Ci piace piuttosto agire come facilitatori, connettori tra persone che hanno subito abusi di qualunque natura e servizi in
grado di sostenere e indirizzare il percorso (qualunque sia) che si sceglie di intraprendere. Perché l’ambizione che abbiamo è di innescare, o di partecipare insieme ad altri, all’“innesco” di un’evoluzione capace di portare a quell’inclusività/uguaglianza che permette a chiunque di esprimersi e realizzarsi secondo i propri talenti e i
propri meriti.
(Mi tornano alla mente alcuni passaggi della giovane poetessa Amanda Gorman: «Non marceremo indietro per ritrovare quel che è stato, ma marceremo verso quello che dovrebbe essere: Un Paese che sia ferito, ma intero, caritatevole, ma coraggioso, fiero e libero. Non saremo capovolti o interrotti da alcuna intimidazione, perché noi sappiamo che la nostra immobilità, la nostra inerzia andrebbero in lascito alla prossima generazione…»).




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