Diventiamo amici?

Schmitt teorizza che avere un nemico, farsi un nemico, è un anestetico. Ce lo racconta Marina Calculli in questo secondo numero di Ossigeno. Amico, dice, è chi è simile e interno, Nemico invece chi è altro ed esterno. Schmitt, sapete, scriveva ai tempi della Germania nazista e i nemici/anestetici usati da quel regime ci sono tragicamente noti. Gli ebrei. Nemici come anestetici per coprire fallimenti economici e non soltanto, ovvia- mente. Nemico: Il contrario di amico. Riferito a persona: Che nutre verso altri sentimenti di avversione, di ostilità e si comporta di conseguenza, cercandone il danno e desiderandone, e spesso anche cercando di procurarne, il male. Questa è la definizione che dà del termine la Treccani. Dunque il processo dovrebbe essere questo: creare il nemico, avere dei nemici, anestetizzare conflitti economici e sociali direzionandoli verso l’esterno. Il diverso nemico. Risultato? Stare meglio tra amici, all’interno. Tra simili. Mentre leggevo il saggio di Calculli pensavo che con me Schmitt non funzionava. La scoperta di avere un nemico non mi ha mai prodotto benessere, o anche solo una sensazione di sicurezza. Al contrario, la scoperta (o l’imposizione di un nemico) mi ha sempre prodotto un malessere persistente. Come vivessi una grande incomprensione. Persino una violenza. Nessun nemico/anestetico per me, le questioni rimanevano lì sul piatto e pure le soluzioni da trovare e niente e nessuno poteva lenirmi quella sensazione. Anche questo secondo numero di Ossigeno mi stupisce e mi insegna un mondo di cose. E questo è un privilegio di cui non smetto di ringraziare l’editore. Un numero apparentemente dedicato alla possibilità di un movimento in Italia simile a quello di Black Lives Matter in America, è in realtà tantissimo altro. È un numero sul razzismo visibile e su quello invisibile ed ha in sé alcune risposte/antidoti. «Rendersi conto di essere stati assuefatti a anni da una cultura che ha disumanizzato completamente le persone nere e che non le vede come parte integrante di questo Paese è il primo passo per decostruire le microaggressioni che fanno parte di un razzismo invisibile». Così scrive Oiza Queens Day Obasuyi in Corpi estranei. E poi Djarah Kan, autrice portentosa, scrive già tutto quello che ci sarebbe da dire e da fare: «Si comincia ad imporre una visione del razzismo, discostato dal significato stesso di quest’ultimo, che in quanto fenomeno si riconosce come tale quando un gruppo di persone inventa l’esistenza della propria razza, attribuendo a quest’ultima una superiorità biologica, culturale, intellettiva e filosofica. Emerge quindi da questa definizione che il razzismo non è solo la presunta superiorità del bianco sul nero, ma di un qualsiasi gruppo etnico che si ritiene per diritto superiore, e che impone con la violenza e l’inganno la propria superiorità a svantaggio di un altro. Razzismo è il persistere del concetto di razza. Razzismo è la convivenza del concetto di razza all’interno delle leggi e delle istituzioni». Completamente sbugiardato Schmitt e non solo lui, completamente risolto il mio conflitto nel non riuscire in nessun modo ad individuare nemici per lenire la mia incapacità di risolvere problemi o questioni culturali per me di vitale importanza. Mi chiedo ogni volta che vedo un “altro, esterno” arrivare, per terra o per mare, come si fa a pensare che sia un Nemico, uno che “intenzionalmente mi farà danno e mi procurerà del male”, secondo la Treccani. Perché qui da noi è inevitabile che le due questioni, razzismo e migranti, si sovrappongano con violenza. Qui da noi chi è razzista non vuole che i migranti arrivino. Nè neri, né gialli, né bianchi. Niente nemici, niente esterni. Leggi sbagliate, abbandoni, angherie, sulla base di righine, di convenzioni geopolitiche che determinano la salvezza o la dannazione delle persone. Anche di quelle che sono già qui. Ve la ricordate la polemica di Minniti sulla parola “sicurezza”? Che la sinistra non poteva lasciarla alla destra? La sicurezza di noi dentro. Che follia. Ne scrive Catone: «Per me si tratta dell’ennesima conferma: le rotte migratorie mutano, spesso seguono logiche che ci sfuggono, altre volte elementari. Mi torna in mente quando, due anni fa, incrociai dei rifugiati eritrei a Bihać, in Bosnia. “La Libia è l’inferno”, mi dicevano, e così avevano deciso di passare dall’Egitto, dalla Siria devastata dalla guerra, dalla Turchia di Erdogan, di affrontare comunque una traversata via mare e di superare i reticoli spinati dei Balcani, per arrivare in Europa. “Da Lesbo calcoliamo un mese abbondante per arrivare in Slovenia e, dalla Slovenia, due settimane abbondanti per arrivare in val di Susa: due mesi di percorrenza nella migliore delle ipotesi”. Se non si viene arrestati, se non si viene detenuti, se non si viene respinti e se non si viene riammessi». Che follia tutti questi “se” che non vedono quello che sta già accadendo. Chi è già qui, chi ha già cambiato il nostro paese, chi mette insieme tutti i suoi paesi, chi rappresenta già il futuro, chi è il presente, come Danielle Frederique Madam che nonostante debba aspettare fino al 2030 per avere la cittadinanza dal paese nel quale è cresciuta, mi dice: «io non credo che in Italia ci sia il razzismo, credo che il razzismo sia quello che vediamo in America... qui in Italia non me lo immagino neanche. Piuttosto credo che ci siano delle persone che non sanno, che ignorano che lo straniero è la persona buona, non è solo un ladro come dicono sempre i notiziari, ma gente che come me si alza, lavora, non pesa su nessuno, paga le tasse come tutti... ecco la buona informazione dovrebbe raccontare anche questo, che lo straniero non è la persona “di troppo” in un paese non suo». Come Aida Aicha Bodian che confessa di rimanere «un’eterna sognatrice con i piedi piantati per terra, di un mondo in cui le donne e gli uomini non vengano giudicati per il loro colore della pelle, per la loro capigliatura, per il loro credo ma, per le azioni che compiono e per i frutti che seminano lungo il loro tragitto». Pezzi di presente solidi. Sono già qui, esistono. E Ossigeno li racconta. E li racconta sempre a suo modo. Andando in qua e poi in là. Dai libri, alla musica, passando per la Tv e il teatro con Andrea Pennacchi che vuole fare una compagnia piena di «nuovi italiani» perché «se l’attore è bravissimo, casso me ne ciava del resto?», per finire - lo sapete già - nella grande passione della politica, questa volta con una domanda e una certezza. «Ma siamo proprio sicuri che il compito nostro, delle persone di sinistra, dei progressisti, sia quello di fermare gli altri?» come scrive Tiberi in una nuova rubrica, perchè la certezza di Civati è che «Una sinistra felice - e felice perché finalmente consapevole e convinta delle proprie idee - dovrebbe intestarsi la sfida di una società della convivenza e della coabitazione». Buona lettura. Ilaria Bonaccorsi


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