La corsa ai robot anti-Covid

Poliziotti, infermieri, medici: automazione e intelligenza artificiale sempre più presenti, in un’accelerazione favorita dall’emergenza virus

di Davide Serafin


Due donne siedono su una panchina al Bishan-Ang Mo Kio Park di Singapore e vengono riprese dalla troupe televisiva proprio mentre Spot, il cane-robot della Boston Dynamics, corre dietro di loro. Saranno più sorprese o più spaventate? Il robot avrà raccomandato loro di mantenere il distanziamento di almeno un metro? Avrà ripreso il loro volto, oppure no? Si sarà connesso ai bluetooth dei loro cellulari, le avrà registrate e mappate?

Le autorità di Singapore si affrettano a dire che ciò non può accadere, che il robot non è progettato per raccogliere dati personali. Ma è come se fosse stato superato un confine che non si era ancora oltrepassato. La tecnologia è pronta, muoverà i suoi primi passi in modalità assistita. Poi muoverà i suoi passi in autonomia.

«Let’s keep Singapore healthy», manteniamo Singapore in buona salute, è la frase d’esordio del messaggio di avvertimento di Spot, sperimentato per due settimane nei parchi dell’isola città-stato della Malesia. Il paese è considerato all’avanguardia nella lotta contro il nuovo coronavirus. I dati sembrano essere incoraggianti: a fronte di focolai improvvisi la reazione è stata decisa. Lockdown alternati, tanta prevenzione, test, tracciamento e il resto è tecnologia.

La funzione di Spot è pattugliare la città. Avvisare le persone, con una suadente voce femminile, che la distanza di sicurezza è stata superata. Che la salute pubblica viene prima di tutto. Il suo incedere è un po’ goffo, sembra un pollo senza testa. La livrea di colore giallo lo rende facilmente distinguibile e i suoi arti si muovono sul terreno con una strana perentorietà.

Altrove, per le strade di Tunisi, si aggira un altro tipo di robot. Il suo corpo è cubo metallico dotato di quattro ruote, una telecamera in testa, una luce lampeggiante. Il robot-poliziotto ferma i passanti lungo la strada. Li blocca contro la recinzione. La voce è maschile. È la voce stentorea e minacciosa dell’agente di polizia in carne e ossa collegato in remoto. «Dove stai andando? Da dove vieni? Sei a conoscenza delle regole del lockdown?», sono le domande rivolte. Il passante deve esibire il proprio documento, deve spiegare perché si trova in quel luogo.


«Il robot-poliziotto ferma i passanti lungo la strada. Li blocca contro la recinzione. La voce è maschile. È la voce stentorea e minacciosa dell’agente di polizia in carne e ossa collegato in remoto»



Durante la pandemia la spinta all’uso di sistemi automatici è stata impressionante e gli annunci stranianti sono decollati sulle home dei principali siti di informazione. I titoli sul robot-infermiere, il robot-disinfestatore o il robot-cameriere paiono surreali, la solita trovata del click-baiting. Ma così non è. Mai come ora è apparso evidente che, laddove le operazioni condotte dai lavoratori possono essere stabilite in sequenze ripetibili, laddove esiste il rischio di contagio e le misure di prevenzione possono causare la chiusura delle attività, le nuove tecnologie possono rapidamente sostituire gli umani. E se i dispositivi di intelligenza artificiale non sono ancora pronti, si ricorre a modelli più semplici, collegati in remoto, come al Stanley Medical Hospital di Chennai, India. Come in Ruanda, all’ospedale della capitale Kigali o nella città di Nyamata, nel sud-est del Paese. Dinanzi alla paura del contagio, la risposta delle autorità sanitarie pubbliche è stata quella di inserire nuovi dispositivi automatici. Come a voler mostrare i nostri ‘muscoli elettrici’ al coronavirus.

Il robot infermiere distribuisce i pasti e le medicine, viene riferito come a tranquillizzare tutti. Può azzerare gli eventuali errori nelle somministrazioni. A Varese, il robot Tommy ha permesso di ridurre le possibilità di contagio del personale medico. A Genova, il progetto LHF-Connect (IIT – Istituto Italiano di Tecnologia) ha messo in contatto i pazienti in isolamento con i loro cari collegati via web. Un carrello automatico composto da uno schermo e un dispositivo semovente veniva fatto passare fra il corridoio e le stanze. Il conforto dato ai malati è stato certamente importante ai fini del miglioramento delle condizioni di degenza.

Vengono raccontati come lavoratori infaticabili, in grado di fare screening medico su almeno centocinquanta persone al minuto. I robot sono infallibili, sono «immuni al virus». Ma si inseriscono nei rapporti e nelle relazioni umane. Possono annullare il contatto, cambiare la natura del rapporto fra paziente e medici o infermieri. Fra autorità e cittadini. Tutte le relazioni di potere sono interessate. Si dirà che è stato il coronavirus. Ma questa tecnologia è destinata a rimanere in corsia, nei parchi, nelle strade, nelle nostre case, persino installata nei nostri telefoni.

La sorveglianza è stata il campo di applicazione principale delle tecniche di IA, in particolare in Cina, dove il fenomeno ha assunto proporzioni di massa. Gli individui sono stati schedati per dati biometrici, temperatura corporea, geolocalizzazione. Le forze dell’ordine sono state dotate di caschi speciali per la scansione termografica e il riconoscimento facciale, che tuttavia è stato messo in difficoltà dall’uso delle mascherine.

Applicazioni di IA sono state adottate persino per sviluppare previsioni sulla struttura del virus. Nella corsa al vaccino, chi possiede la tecnologia ha un indubbio vantaggio.



«Questa tecnologia è destinata a rimanere in corsia, nei parchi, nelle strade, nelle nostre case, persino installata nei nostri telefoni»




Una startup americana ha elaborato una tecnica basata sull’acido ribonucleico messaggero (mRNA) in cui il cosiddetto “ripiegamento delle proteine” risulta elemento chiave. L’algoritmo ha permesso ai ricercatori di ridurre il tempo necessario a sviluppare un prototipo di vaccino testabile sull'uomo.

Moderna, questo il nome della società, è stata fondata nel 2010 con l’ambizione di avviare una nuova era della Medicina. Nel breve volgere di alcuni anni, è diventata la corporation leader del settore biotech e sta guidando la corsa al vaccino del coronavirus. Ha battuto ogni record per il suo settore nei round di finanziamento sin dal 2015. Con la diffusione dei primi dati della sperimentazione, ha raccolto 1,3 miliardi di dollari vendendo nuove azioni agli investitori.

A fronte di uno sviluppo che procede tramite il capitale privato e che è quindi proprietà di chi lo detiene, c’è chi sceglie di condividere i risultati della ricerca, forse per compensare il macigno della colpa di appartenere al paese dal quale la pandemia è partita. Baidu, gigante hi-tech cinese, ha pubblicato su GitHub l’algoritmo previsionale Linearfold che ha la caratteristica di evolvere predizioni sulla struttura del RNA in tempi molto brevi (27 secondi anziché 55 minuti). Sempre privilegiando la modalità open source, in Cina hanno pensato di divulgare un software per l’interpretazione e l’analisi delle RX Torace, strumento diagnostico principale per la polmonite interstiziale. Il modello di IA è in grado di rilevare le lesioni polmonari e di valutarle dal punto di vista quantitativo, incluso il numero, il volume e la proporzione delle stesse.

Il possesso delle tecniche di deep learning in campo medico può determinare una grande concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi. La minaccia dell’esclusione si fa sempre più forte: o le tecnologie sono al servizio di tutti, oppure generano divario di potere e disuguaglianza. Alcuni governi vorrebbero tenersi la tecnologia e il vaccino insieme, brevettarlo, farne quattrini. Ma il coronavirus uccide senza troppo discriminare. E chi è indifeso viene colpito con un'efficacia doppia, dal virus e dal potere.



L’intrusione dei sistemi automatici non è solo questione di rispetto della sfera intima della persona. Se la tecnica diventa l’unica via per contrastare o sconfiggere un virus pandemico, allora essa deve essere nella disponibilità di ciascuno, deve essere universale. Se ha a che fare con il diritto all’esistenza, allora non può esistere copyright sulla faccia della Terra. L’enfasi del controllo ha spinto i sistemi democratici su una china pericolosa e la restrizione delle libertà individuali in funzione del bene superiore, la salute di tutti, si è trasformata in strumento di esercizio muscolare, di esibizione della forza. Le tecnologie sembrano così asservire il potere, i robot schiavi di chi comanda, una clava verso cittadini spogliati delle difese immunitarie del Diritto. La pervasività del tracking, dei dati, del deep learning, non trovano un confine certo.



«Questa è la natura delle emergenze. Fanno avanzare molto rapidamente i processi storici»



Scrive Yuval Noah Harari sul FT (22 marzo 2020): «molte misure di emergenza a breve termine diventeranno un appuntamento fisso della vita. Questa è la natura delle emergenze. Fanno avanzare molto rapidamente i processi storici. Le decisioni che in tempi normali potrebbero richiedere anni di deliberazione vengono prese in poche ore. Le tecnologie immature e persino pericolose vengono messe in servizio, perché i rischi di non fare nulla sono maggiori. Interi esperimenti sociali su larga scala coinvolgono interi paesi. Cosa succede quando tutti lavorano da casa e comunicano solo a distanza? Cosa succede quando intere scuole e università vanno online? In tempi normali, i governi, le imprese e i consigli scolastici non accetterebbero mai di condurre tali esperimenti. Ma questi non sono tempi normali».

Nei tempi ‘non normali’ il diritto è sospeso, lo stato di eccezione prevale sulle prerogative individuali e collettive. Alcuni filosofi e economisti sostengono che l’intelligenza artificiale potrebbe mettere in discussione persino il sistema capitalista e allora perché non accelerare il processo?

La dottrina dell’accelerazionismo, ricorda Diletta Huyskes (“Cosa succederebbe se ripensassimo il lavoro in senso accelerazionista?”, The Vision, 9 gennaio 2020) nasce nel 1995 su iniziativa di un gruppo di giovani professori dell’Università di Warwick, in Gran Bretagna. Hanno teorizzato il superamento del capitalismo con la sua accelerazione, per mezzo dei processi tecnologici. La dottrina ha avuto una reviviscenza a partire dal 2013, con la pubblicazione del Manifesto Accelerazionista (cfr. Srnicek e Williams): la via per il superamento del capitalismo passa per la completa automazione, la fine del lavoro e una società in cui il conflitto sociale è anestetizzato per sempre e ognuno ha di che vivere tramite il reddito universale. L’utopia si scontra però con la realtà delle oligarchie dei dati sviluppatesi nel mondo occidentale e con lo Stato di sorveglianza continua sulla sponda orientale. Per trovare la via che passa nel mezzo, la via dei diritti umani, scopriamo ora di dover correre più veloci del virus.

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